Quando un aristocratico italiano attraversò mezzo mondo in automobile e dimostrò che nulla era impossibile
Oggi attraversare l’Europa o l’Asia in automobile è un viaggio impegnativo ma alla portata di molti. Nel 1907, invece, era considerata una follia. Le strade asfaltate erano rarissime, le mappe approssimative, i distributori di carburante praticamente inesistenti e, in vaste aree dell’Asia, non esistevano nemmeno vere e proprie strade.
Eppure qualcuno accettò la sfida.
Quando il quotidiano francese Le Matin pubblicò un semplice annuncio rivolto agli automobilisti di tutto il mondo – “C’è qualcuno disposto ad andare in automobile da Pechino a Parigi?” – quasi tutti pensarono a una provocazione.
Cinque equipaggi, invece, risposero di sì.
Tra loro c’era un italiano destinato a entrare nella storia: il principe Scipione Borghese, che insieme al fidato meccanico Ettore Guizzardi e al giornalista Luigi Barzini, inviato del Corriere della Sera, avrebbe scritto una delle pagine più straordinarie dell’automobilismo mondiale.
Non fu semplicemente una gara.
Fu la dimostrazione che l’automobile poteva conquistare il mondo.
Un viaggio nell’ignoto lungo 16.000 chilometri
Il raid prese il via il 10 giugno 1907 da Pechino.
Il percorso attraversava territori che pochi europei avevano visitato: il deserto del Gobi, la Mongolia, la Siberia, gli Urali, la Russia europea, per poi raggiungere la Francia.
Oltre 16.000 chilometri senza navigatore, senza assistenza, senza telefoni cellulari e, soprattutto, senza strade.
Gli equipaggi dovevano orientarsi con carte spesso imprecise, bussola e indicazioni ricevute dagli abitanti dei villaggi attraversati. Bastava sbagliare direzione per ritrovarsi completamente isolati.
Il carburante rappresentava un problema ancora più grande. In gran parte dell’Asia non esistevano distributori e ogni litro di benzina doveva essere spedito in anticipo lungo il percorso o recuperato grazie alla collaborazione delle autorità locali.
Anche una semplice foratura poteva trasformarsi in un’intera giornata di lavoro.
La pioggia trasformava le piste in pantani, i fiumi andavano attraversati senza ponti e le temperature cambiavano drasticamente passando dal caldo soffocante del deserto al freddo delle regioni siberiane.
Più che una competizione automobilistica sembrava una spedizione geografica.
L’Itala italiana che non si fermava mai
Scipione Borghese non lasciò nulla al caso.
Per affrontare un’impresa tanto difficile scelse unaItala 35/45 HP, una robusta automobile torinese da circa 40 cavalli, progettata per essere affidabile prima ancora che veloce.
La vettura venne preparata con grande attenzione.
Le quattro ruote avevano tutte la stessa misura, così da poter essere scambiate rapidamente in caso di problemi.
Sui lati erano fissate robuste tavole di legno che servivano come passerelle quando le ruote affondavano nel fango o nella sabbia.
L’equipaggio trasportava ricambi, attrezzi, camere d’aria, cinghie, cavi, taniche di carburante e tutto il necessario per riparare l’auto in qualsiasi punto del percorso.
Fondamentale era il ruolo del meccanico Ettore Guizzardi.
Ogni sera controllava accuratamente il motore, lubrificava ogni componente, stringeva bulloni e verificava che la vettura fosse pronta per affrontare un’altra giornata di viaggio.
Anche il giornalista Luigi Barzini ebbe un ruolo decisivo.
I suoi reportage, inviati alCorriere della Sera, fecero vivere ai lettori italiani un’avventura senza precedenti. Per la prima volta migliaia di persone seguivano giorno dopo giorno un’impresa automobilistica dall’altra parte del mondo.
Le sue cronache contribuirono a trasformare quel viaggio in un autentico mito.
La vittoria più incredibile della storia
Fin dai primi giorni Borghese dimostrò una superiorità impressionante.
L’Itala era affidabile, l’equipaggio preparato e l’organizzazione quasi perfetta.
Gli avversari accumulavano ritardi, rompevano sospensioni, rimanevano bloccati nel fango o erano costretti a lunghe soste per le riparazioni.
Il principe italiano, invece, continuava ad aumentare il proprio vantaggio.
Accadde allora un episodio che ancora oggi sembra incredibile.
Con molti giorni di margine sugli inseguitori, Borghese decise addirittura di lasciare temporaneamente il percorso per raggiungere San Pietroburgo, dove era stato invitato a un importante ricevimento mondano.
Partecipò all’evento, trascorse la serata e poi tornò tranquillamente sulla rotta della gara.
Una scelta impensabile in qualsiasi competizione moderna.
Eppure il vantaggio accumulato era tale che riuscì comunque a conservare la testa della corsa senza alcuna difficoltà.
Il 10 agosto 1907 l’Itala fece il suo ingresso trionfale a Parigi.
Migliaia di persone accolsero l’equipaggio come quello di una spedizione eroica.
Il secondo classificato arrivò circa venti giorni dopo.
Una differenza enorme, destinata a entrare nella leggenda.
L’Italia non aveva semplicemente vinto una gara.
Aveva dimostrato al mondo la qualità della propria industria automobilistica e la straordinaria affidabilità delle sue vetture.
L’eredità di un’impresa che cambiò l’automobile
La Pechino-Parigi del 1907 fu molto più di una competizione sportiva.
Contribuì a cambiare la percezione dell’automobile.
Fino a quel momento molti consideravano le vetture poco più che curiosità meccaniche, adatte a brevi spostamenti e destinate a sostituire lentamente le carrozze.
Dopo quell’impresa risultò evidente che il motore poteva affrontare continenti, superare deserti, montagne e migliaia di chilometri senza arrendersi.
Il libro scritto da Luigi Barzini,La metà del mondo vista da un’automobile, divenne un successo internazionale e contribuì a rendere immortale quell’avventura.
Ancora oggi la Pechino-Parigi viene rievocata con manifestazioni dedicate alle auto storiche, nelle quali vetture d’epoca ripercorrono idealmente lo stesso itinerario, mantenendo vivo lo spirito pionieristico dei protagonisti del 1907.
Più di un secolo dopo, il nome del principe Scipione Borghese continua a rappresentare il coraggio, la preparazione e la determinazione di chi non si lascia fermare dall’impossibile.
Una lezione che continua ancora oggi
Le grandi imprese dell’automobilismo non sono fatte soltanto di velocità o di record sul giro.
Sono fatte di uomini capaci di affrontare l’ignoto con intelligenza, preparazione e fiducia nella tecnologia.
La Pechino-Parigi del 1907 ci ricorda che le auto non hanno cambiato soltanto il modo di viaggiare: hanno cambiato il modo di immaginare il mondo.
E tra i protagonisti di quella rivoluzione c’è un italiano che seppe trasformare una sfida apparentemente impossibile in una delle più straordinarie vittorie della storia dell’automobile.
Su TuttoAutoClassiche.it continuiamo a raccontare le storie che hanno reso immortale il mondo delle auto d’epoca, perché ogni grande automobile custodisce un’avventura che merita di essere ricordata.




