Piloti, avventurieri e amici: la storia degli uomini che conquistarono Le Mans e diedero un’anima alle grandi Bentley degli anni Venti.
Ci sono automobili che diventano leggendarie per ciò che hanno vinto. E ci sono uomini che riescono a rendere quelle vittorie parte di una storia più grande, fatta di amicizia, coraggio, ostinazione e qualche eccesso.
I Bentley Boys appartengono a questa seconda categoria. Il loro nome richiama un’epoca in cui una corsa poteva essere insieme una sfida sportiva e un’avventura personale. Al volante delle grandi Bentley verdi si incontravano caratteri diversissimi, uniti dalla voglia di mettersi alla prova. E dall’ambizione di dimostrare quanto lontano potesse arrivare un’automobile costruita bene.
Prima degli uomini, l’idea di un ingegnere
La Bentley Motors nacque nel 1919 per iniziativa di Walter Owen Bentley, conosciuto come W.O. Il suo nome si legò subito a un’automobile destinata a lasciare il segno: la3 Litre, costruita a Cricklewood, nel nord di Londra.
Le prime consegne ai clienti iniziarono nel 1921. Era una vettura che esprimeva una concezione della sportività fondata sulla qualità della costruzione e sulla capacità di affrontare viaggi impegnativi. La stessa 3 Litre avrebbe conquistato Le Mans nel 1924 e nel 1927.
La pista, per un marchio così giovane, poteva dare una risposta concreta a una domanda decisiva: quelle qualità resistevano anche quando l’automobile veniva spinta al limite, per ore e ore?
Chi erano davvero i Bentley Boys
Il soprannome identifica una cerchia di piloti e appassionati, più ampia di una formazione fissa. La definizione di “ricchi gentiluomini” ne racconta una parte, ma lascia fuori le differenze tra loro.
John Duff, vincitore a Le Mans nel 1924 insieme aFrank Clement, aveva combattuto nella Prima guerra mondiale.Dudley Benjafieldera un medico esperto di batteriologia.Sammy Davislavorava nel giornalismo automobilistico.Glen Kidstonarrivava dalla Royal Navy e dal servizio sui sommergibili.Tim Birkinaveva un passato nell’aviazione militare.
Molti avevano conosciuto la guerra prima delle corse. Le loro biografie aiutano a leggere quella propensione all’avventura senza ridurla a un capriccio mondano. Tra loro si sviluppò uno spirito di gruppo che l’Automobile Club de l’Ouest ricorda come uno degli elementi distintivi della squadra: uomini diversi, capaci di riconoscersi nella stessa impresa.
Woolf Barnato, il campione che finanziò il sogno
Il personaggio centrale fuWoolf Barnato, erede di una grande fortuna legata alle miniere di diamanti sudafricane. Aveva i mezzi per sostenere Bentley e il talento per vincere al volante delle sue automobili.
Nel 1926 divenne presidente della società, che aveva bisogno di capitali. Il suo coinvolgimento ebbe quindi un peso ben più grande di quello di un appassionato disposto a comprare una vettura da corsa.
Il risultato sportivo rimane straordinario:tre partecipazioni alla 24 Ore di Le Mans e tre vittorie, nel 1928, 1929 e 1930. W.O. lo considerava il migliore dei suoi piloti.
Barnato riuniva così due ruoli raramente conciliabili con altrettanta efficacia: sosteneva l’impresa fuori dalla pista e ne dimostrava il valore quando arrivava il momento di gareggiare. Il suo posto nella storia Bentley si spiega attraverso entrambe queste responsabilità.
1927: la notte in cui sembrava tutto perduto
Una delle imprese più celebri dei Bentley Boys arrivò nel 1927. Durante la 24 Ore di Le Mans, un incidente alla curva di White House coinvolse le Bentley e sembrò compromettere la corsa della squadra.
La 3 Litre affidata a Sammy Davis e Dudley Benjafield, ricordata come“Old Number 7”, era danneggiata ma poteva ancora proseguire. Furono effettuate le riparazioni possibili; per sopperire ai problemi dell’illuminazione venne fissata una lampada al parabrezza.
Davis e Benjafield continuarono attraverso la notte e conquistarono la vittoria. È questo il punto in cui il risultato sportivo acquista una forza narrativa particolare: una macchina ferita, due piloti e la decisione di continuare.
La loro impresa rende evidente quanto contassero la resistenza, il lavoro dei meccanici e la capacità di adattarsi. La velocità era indispensabile, ma una gara di ventiquattro ore chiedeva anche di gestire ciò che andava storto senza arrendersi alla prima difficoltà.
Quando vincere diventò un’abitudine
Nel 1928 Barnato vinse insieme a Bernard Rubin sulla4½ Litre. Nel 1929 e nel 1930 fu laSpeed Sixa portare Bentley al successo: prima con Barnato e Tim Birkin, poi con Barnato e Glen Kidston.
La Speed Six rappresentava la scelta tecnica favorita da W.O.: ottenere prestazioni superiori attraverso un motore di maggiore cilindrata. Il suo sei cilindri derivava dalla 6½ Litre e nella versione da competizione arrivava a circa 200 cavalli.
Il 1929 segnò il momento più spettacolare del dominio Bentley, conquattro vetture ai primi quattro posti. Sommate alla vittoria del 1924, le quattro consecutive dal 1927 al 1930 portarono il totale a cinque.
Quelle affermazioni diedero sostanza alla reputazione del marchio. La forza dei Bentley Boys stava anche qui: dietro il fascino dei protagonisti esistevano automobili, preparazione e risultati capaci di reggere il confronto con gli avversari.
Tim Birkin e la ribellione della Blower
Tim Birkin cercava una strada diversa. Per ottenere più potenza dalla 4½ Litre credeva nella sovralimentazione e nel compressore sviluppato dall’ingegnereAmherst Villiers. W.O. era contrario, ma Birkin riuscì a ottenere l’approvazione di Barnato.
Il progetto prese forma con il sostegno economico diDorothy Paget, figura decisiva nella storia delle Bentley da corsa sovralimentate. Le vetture del suo team furono sviluppate nelle officine di Birkin a Welwyn Garden City.
Nacque così laBlower, con quel compressore davanti al radiatore che ancora oggi rende immediatamente riconoscibile la sua silhouette. Potente e affascinante, soffrì però problemi di affidabilità e non vinse Le Mans.
È una distinzione essenziale: Birkin conquistò la gara del 1929 su una Speed Six, non su una Blower. La macchina che più facilmente associamo alla leggenda Bentley non coincide quindi con quella dei suoi maggiori successi nella maratona francese. Anche questa contraddizione contribuisce al suo fascino: la storia dell’automobile conserva tanto le vittorie quanto le idee audaci.
Da Mayfair al Savoy: l’automobile a capotavola
La loro notorietà cresceva anche lontano dai circuiti. Quattro Bentley Boys abitavano in appartamenti vicini a Grosvenor Square, nell’elegante quartiere londinese di Mayfair. Le Bentley parcheggiate in quella zona indussero i tassisti a chiamarla“Bentley Corner”.
Le feste e la vita mondana entrarono nel racconto del gruppo. Ma l’episodio più memorabile ebbe come protagonista un’automobile: dopo il successo del 1927, la Old Number 7 fu portata alla cena celebrativa organizzata da Autocar al Savoy.
La vettura, ancora segnata dalla gara, occupò il posto d’onore tra i commensali. È un’immagine che racconta il loro rapporto con le macchine meglio di una definizione: quell’auto aveva condiviso la fatica e meritava di partecipare alla festa.Per i Bentley Boys, anche lei apparteneva alla squadra.
Una sfida poteva nascere anche fuori dalla pista
Lo stesso spirito si ritrova nell’impresa di Barnato contro ilBlue Train, nel marzo del 1930. Con una Bentley Speed Six e il compagno di viaggio Dale Bourne affrontò la risalita dalla Costa Azzurra, attraversò la Manica e raggiunse Londra prima che il treno arrivasse a Calais.
È la vicenda raccontata anche nella nostra Storia“La Bentley che sfidò un treno”. Il suo richiamo aiuta a capire perché questi uomini siano rimasti nell’immaginario: le loro sfide uscivano dai confini del circuito e diventavano racconti che si potevano ricordare anche senza conoscere una classifica o un regolamento sportivo.
L’epoca finisce, la leggenda continua
I successi non misero Bentley al riparo dalle difficoltà economiche. La crisi mondiale colpì il mercato automobilistico e nel1931 la società venne acquistata da Rolls-Royce. Si chiuse così la prima fase della sua storia industriale.
Eppure il ricordo di quegli uomini ha continuato ad accompagnare il marchio. Nel 2025 Bentley ha persino ricreato, con una squadra destinata a Le Mans Classic, la celebre fotografia del 1929 scattata a Mount Street, a Londra.
Per chi ama le auto d’epoca, i Bentley Boys rappresentano il legame tra una macchina e le persone che le danno significato. Una Bentley di quegli anni porta con sé l’idea del viaggio, della resistenza e dell’amicizia costruita attorno a una passione.
Forse è per questo che li ricordiamo ancora: hanno trasformato quelle vittorie in storie nelle quali, a quasi un secolo di distanza, viene ancora voglia di entrare.
SuTuttoAutoClassiche.itraccontiamo le storie degli uomini e delle automobili che hanno reso leggendario il motorismo storico: imprese, amicizie e passioni come quelle dei Bentley Boys, capaci di trasformare le vittorie a Le Mans in un’avventura che continua ad affascinare gli appassionati a quasi un secolo di distanza.



